Io, Amleto e il public speaking

Anno 2003, autunno, interno teatro, sera tardi.
Il palco era allestito con una sedia, un divano, un water e un bidone di latta, disposti su tutto lo spazio. In platea, sedie in semicerchio verso il palcoscenico. Luci puntate sulla “scena”, luci basse in platea.

Era il primo incontro del corso di teatro che avevo scelto di frequentare.

Io il teatro l’ho sempre amato e frequentato. Dalla platea, però. Perché essere dall’altra parte mi faceva tanta paura. Anche se, a dirla proprio tutta, mi piaceva da bambina fare finta che. Guardavo Il grande sogno di Maya, il cartone animato che racconta la storia di una ragazza che sogna di diventare una grande attrice. E io sognavo di calcare la scena proprio come la protagonista.

I piedi per terra io non li ho mai appoggiati del tutto. Mi piace stare con la testa per aria.

 

A casa nessuno mi diede retta quando parlavo di tentare di entrare all’accademia: “non si mangia con il teatro! Devi scegliere un lavoro serio!” E così accantonai l’idea, anche se non del tutto. Sapevo dentro di me che in qualche modo il teatro sarebbe entrato nella mia vita e mi avrebbe cambiata.
L’accademia? No, non ho nemmeno tentato. Ma quando è stato il momento giusto, ho scelto di iscrivermi al corso di teatro di Teatrando. Che poi, corso di teatro non proprio.

Il regista (quello che noi oggi chiamiamo scherzosamente il Vate) disse che quello era un corso di disinibizione. Cosa che mi fece trasudare e impallidire (e come me, tanti altri). La prima cosa che ci chiese di fare fu salire sul palco, scegliere un appoggio (la sedia, il divano, il water o il bidone) e di presentarci, raccontando qualcosa di noi e del perché avessimo scelto di fare quel corso. Salire su quel palco e dire quelle poche parole è stata una tortura. Non so cosa mi fosse successo, ma da qualche tempo il parlare davanti a delle persone era diventato un supplizio: sussurravo, tremavo, salivazione assente, voglia di sparire. Insomma, scelsi il water come appoggio, ma mi ci sarei tuffata dentro, piuttosto di parlare di fronte a quei venti sconosciuti. Lo stesso accadeva agli esami (sì, con una laurea in lettere e filosofia gli esami scritti sono due su trentacinque), tanto che per alcuni orali ho preso pure dei calmanti. Non sapevo più cosa fare, perché le mie prestazioni stavano davvero toccando il ridicolo! Mi dicevo che non era possibile, gli argomenti li sapevo, li argomentavo benissimo a casa, li scrivevo con scioltezza e sicurezza. Ma di fronte al professore e ai compagni di corso crollavo.

Quella scelta, iscrivermi al corso, è stato il primo passo per affrontare la mia paura. E l’ho vinta.

 

Il corso è durato circa due anni. Poi non è che ho smesso. Ho studiato, fatto corsi, ho guardato spettacoli su spettacoli, ho recitato piccole e grandi parti e ho iniziato (e continuo a farlo) a leggere ad alta voce appena possibile.
Oggi non è che ora io sia la persona più tranquilla al mondo quando deve affrontare un pubblico. La tremarella c’è ancora: la paura di essere giudicata, la paura di non essere adeguata, la paura di non saper lasciare qualcosa di significativo alle persone.

Ma c’è una cosa che ho imparato. Ed é la più importante:

Prepararsi, mettersi in ascolto, credere in ciò che dico, non fingere di essere qualcun altro. E parlare con il cuore, con la passione.

Esattamente come faccio ogni volta che salgo su un palcoscenico e recito. La preparazione è fondamentale. Non c’è solo un testo da imparare, ma c’è un personaggio da scoprire, interpretare: i suoi gesti e non i miei, la sua voce e non la mia, le sue emozioni e non le mie.
Nel public speaking siamo noi a parlare e questo è molto più semplice rispetto a interpretare un personaggio diverso da noi.
Quando parliamo di fronte a un pubblico non dobbiamo essere altro da noi, anzi. È proprio la naturalezza che ci dona credibilità.

 

Oggi sono io stessa a organizzare corsi di public speaking per affrontare le platee e aiutare le persone a migliorare la propria presenza di fronte a un pubblico. Durante i mie corsi lavoro molto sul laboratorio: alterno le slide a esercizi pratici dove mettersi in gioco. Ho messo insieme i miei studi e la mia esperienza teatrale per fare qualcosa di diverso e soprattutto che fosse mio. Porto con me i preziosi consigli di Annamaria Testa, gli esempi delle tante persone che ascolto in giro (corsi, presentazioni, video…), gli esercizi che io per prima ho fatto su quel palco a Teatrando e li modifico, li trasformo in qualcosa che sia adatto al mio corso e soprattutto alle persone che partecipano.

Al mio corso ho imparato tantissimo. Le persone che hanno scelto di partecipare mi hanno dato tanto, si sono messe in gioco e io mi sono anche emozionata.

Tengo sempre in mente un passo dell’Amleto. Sì, Shakespeare. L’Amleto è per me fondamentale ogni volta che devo preparare una presentazione (o un personaggio quando salgo sul palcoscenico nei panni di qualcun altro).
Ed è proprio da lui che ho estrapolato quello che per me è fondamentale insegnare e far passare ai miei corsi.

Non esagerare mai.

La tirata, ti prego, devi dirla come l’ho pronunziata io a te, sciolta, in punta di lingua. Se la urli, come fan tanti nostri attori d’oggi, sarebbe come affidare i miei versi alla bocca del banditore pubblico.

Gesticola, ma senza esagerare.

Non trinciar troppo l’aria con la mano, così, gesticola invece con garbo; giacché pure nel mezzo della piena, della tempesta, e potrei dir nel vortice della passione, devi mantenere sempre quel tanto di moderazione che le dia una certa compostezza.

La naturalezza contro l’artificiosità

Ah, mi ferisce fino in fondo all’anima quando ascolto un robusto giovanotto imparruccato che riduce a brani un discorso d’amore, lacerandolo, per rintronar gli orecchi alla platea, che capisce soltanto, la più parte, oscure pantomime e gran baccano. Metterei alla frusta quel gaglioffo che ti fa un forzato Termagante, e un Erode più Erode del reale. Evitalo, ti prego.

 

Verbale, non verbale, para verbale: devono essere armonici.
Se cerchi di controllarli (e forzarli), quello che si scatena può essere penalizzante.
Non c’è niente di peggio di forzare un movimento. Fai attenzione alla tua voce. Il tono, il volume, i silenzi, le pause.

Però non esser troppo in sottotono, ma làsciati guidare dal mestiere e dalla personale discrezione. Il gesto sia accordato alla parola e la parola al gesto, avendo cura soprattutto di mai travalicare i limiti della naturalezza; ché l’esagerazione, in queste cose, è contraria allo scopo del teatro; il cui fine, da quando è nato ad oggi, è di regger lo specchio alla natura, di palesare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, ed al tempo e all’età la loro impronta.
Se tutto questo dall’azione scenica riesce esagerato o impicciolito, potrà far ridere l’incompetente, ma non potrà che urtare il competente il cui giudizio deve aver per voi, che siete del mestiere, più importanza di un’intera platea di tutti gli altri.

Non esagerare. E sii gentile con le persone che sono lì per ascoltare le tue parole.

Ho visto e udito attori (e udito anche lodarli e stralodarli, per non dire di più, quantunque privi d’accento e di movenze nel gestire non dico da cristiani o da pagani ma nemmeno da uomini comuni), recitare gonfiandosi, sbuffando e urlando in modo sì scomposto da far pensare che madre natura abbia commesso a fabbricare uomini a qualche manovale da strapazzo, che li abbia impastati malamente, tal era la maniera abominevole con la quale imitavano il reale.

Usa l’umorismo solo se fa parte di te. Non esagerare. E non preparare le battute prima.

Giova però correggerlo del tutto, sì che chi fa la parte del buffone badi a non dire più di quel che è scritto; perché ci son di quelli che sghignazzano per tutto il tempo già per conto loro, sol per suscitare le risate d’un certo numero di spettatori ignoranti, ed a volte proprio là quando dovrebbe farsi risaltare qualche passaggio essenziale del dramma. Questa è davvero roba da villani, che dimostra una misera ambizione in quello stolto che vi fa ricorso.

Prepararsi, prepararsi, prepararsi

Ed ora andate pure a prepararvi.

 

Ecco. Questo è il succo. Se ho iniziato a fare corsi per aiutare le persone a comunicare in pubblico è perché io per prima mi ci sono buttata. Rimango una persona timida, che ha ancora paura di salire su un palco. Ma la cosa più bella, e quella che mi dà la forza di alzare lo sguardo e iniziare a raccontare, sono le persone che mi stanno davanti.

Quindi dico a voi:

abbiate paura, sì. Ma alzatevi e fate accadere le cose.

 

Ho in mente di ripetere il mio corso molto presto, all’inizio del nuovo anno. E nel frattempo, voglio organizzare un pomeriggio di laboratorio sul tono di voce.
Che ne dite?

A presto,

Tatiana

 

 

Immagine: io che interpreto Alice nel paese delle meraviglie (2010, parco la Mandria Torino)

Il testo dell’Amleto lo trovate anche qui. Leggetelo, se vi va. Ad alta voce. ;)))

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